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IL PROGRESSO DELL'ACQUA IN BOTTIGLIA PDF Stampa E-mail

Prima della seconda guerra mondiale in gran parte delle case non c'era acqua corrente e le persone trasportavano l'acqua l'acqua dal pozzo fuori casa fin dentro l'abitazione

Oggi 70-80 anni dopo la situazione non è migliorata, anzi la fatica è aumentata: le persone spingono carrelli pieni di bottiglie d'acqua, le scaricano nei portabagagli delle automobili con cui le portano fino alle loro abitazioni, le scaricano dai portabagagli e le portano a braccia in casa. Peggio dei nostri nonni!

In più ci sono altre differenze non trascurabili:

  1. I nostri nonni per portare l’acqua a casa doveva soltanto scendere le scale e fare un breve tratto di strada a piedi. Oggi le persone per coprire il tragitto casa - supermercato - casa usano l’automobile. Impiegano più tempo, maggiore stress, hanno costi di trasporto e consumano fonti fossili, che emettono CO2, ossidi di azoto (NOx) e polveri sottili (pm 10), incrementando l’effetto serra e inquinando l’aria. Ma andare in automobile invece che a piedi è un progresso!

  2. L’acqua dei nostri nonni era attinta dalla falda idrica sottostante; l’acqua in bottiglia che si porta a casa oggi dai supermercati viene da centinaia, o migliaia di chilometri di distanza. Ha un costo di trasporto e consuma fonti fossili, che emettono CO2, ossidi di azoto (Nox) e polveri sottili (pm 10), incrementando l’effetto serra e inquinando l’aria che producono allergie, tumori, ecc.. Ma l’estensione dei mercati è un progresso!

  3. Le brocche di coccio con cui i nostri nonni trasportavano l’acqua erano sempre le stesse; i contenitori utilizzati oggi sono di polietilene tereftalato (PET) monouso. Per produrli si è consumato petrolio in un’industria petrolchimica (2 kg. di petrolio per kg. di plastica); si è consumato gasolio per trasportarli dall’industria petrolchimica allo stabilimento dove è stata imbottigliata l’acqua; altro gasolio si consumerà per portarli dalle abitazioni ai cassonetti della raccolta differenziata e di qui a… Al consorzio obbligatorio Replastic? Alla discarica? All’inceneritore? Ogni trasporto delle bottiglie di plastica ha comportato un costo e un consumo di fonti fossili, che emettono CO2, ossidi di azoto (Nox) e polveri sottili (pm 10), incrementando l’effetto serra e inquinando l’aria. Ma l’economia di mercato e l’industria sono un progresso!

  4. La produzione di un chilogrammo di PET richiede 17,5 chilogrammi di acqua e rilascia in atmosfera 40 grammi di idrocarburi, 25 grammi di ossidi di zolfo, 18 grammi di monossido di carbonio e 2,3 chilogrammi di anidride carbonica (Paul Mc Rande, The green guide, in State of the world 2004, Edizioni Ambiente, Milano 2004, pagg. 136-137). Poiché una bottiglia in PET da 1,5 litri pesa 35 grammi, con un chilo di PET se ne fanno 30. Pertanto, per trasportare 45 litri d’acqua se ne consuma quasi la metà. Ai nostri nonni poteva cadere qualche goccia per strada se riempivano troppo i loro recipienti. Quanto all’emissione di gas, al massimo qualche volta sotto lo sforzo potevano rilasciare qualche scorreggetta.

  5. L’acqua che portavano a casa i nostri nonni non costava nulla, l’acqua in bottiglie di plastica costa da 2 a 4,5 euro alla confezione di 6 bottiglie da 1,5 litri. In realtà il costo effettivo dell’acqua contenuta nelle bottiglie è solo l’1 per cento del costo di produzione totale, mentre l’imballaggio ne assorbe il 60 per cento. Si può spendere di più solo se si è più ricchi e la crescita della ricchezza è un progresso!

Rispetto ai tempi dei nostri nonni, per fare la stessa fatica e avere la stessa utilità ci vuole più tempo, si inquina molto mentre prima non si inquinava affatto e si paga mentre prima non si pagava. Il contributo alla crescita del PIL dato dalla produzione e dal commercio delle acque in bottiglia ha comportato un peggioramento della qualità della vita individuale, della qualità ambientale e della salute dei cittadini. Questo si che è progresso!!

 
OLTRE IL PENSIERO UNICO: né pubblici, né privati, ma comuni PDF Stampa E-mail

Una vecchia canzone di protesta degli anni '70 recitava "il grano che nasce e l’acqua che va è un dono di tutti, padroni non ha". Un concetto simile veniva espresso dalla cultura dei nativi americani (indiani) che consideravano le praterie, le foreste, i torrenti qualcosa di non assoggettabile alla proprietà privata, perché come l'aria non potevano essere sottratti all'uso collettivo. Anche nella nostra storia europea e italiana si trova traccia, soprattutto a partire dal medioevo, di risorse collettive, come gli usi civici delle terre, dei boschi (le cosiddette comunanze agrarie).

Negli ultimi secoli se n'è perduta traccia a causa dell'appiattimento sul binomio pubblico/privato. Tuttavia i fallimenti delle istituzioni politiche (burocratiche e improduttive) e del mercato (orientato alla massimizzazione del profitto soggettivo, a scapito dell'interesse collettivo) sembrano dimostrare come la dicotomia pubblico/privato risulti insufficiente ad interpretare la complessità attuale: accade, infatti, che le istituzioni pubbliche perseguano interessi privati e che organizzazioni formalmente appartenenti alla sfera del diritto privato, perseguano obiettivi pubblici. È il caso, ad esempio, delle ONLUS, delle Associazioni di Volontariato, delle Associazioni di Promozione Sociale, delle Cooperative di Solidarietà Sociale, delle ONG, ecc.

A partire dal '700 sino ai giorni nostri le trasformazioni culturali, sociali, economiche e giuridiche hanno portato ad assimilare la proprietà privata a quella individuale e quella pubblica a quella statale. Questa semplificazione delle forme proprietarie trasforma il fatto che, a livello storico, sono sempre esistite forme private di gestione di interesse generale [Minora Francesco, 2011, Proprietà collettive, nuove mission e ambiti di impiego, in Communitas n. 51, maggio 2011, p. 34]

Anche nella cultura anglosassone è presente il concetto di common goods, ovvero di beni che di definiscono pubblici non tanto perchè  di proprietà dello Stato, ma per l'uso collettivo, l'assenza di profitto individuale e per la gestione essenzialmente cooperativa che ne consente l'uso a tutti coloro che vogliano accedervi, secondo regole che ne garantiscano la riproducibilità per le generazioni future.

Ad Elionor Ostrom (premio Nobel per l'Economia) va riconosciuto il merito di aver riavviato la riflessione su tali forme che tendono a sottrarre alla mercificazione beni di interesse collettivo. È questa una riflessione che va assolutamente approfondita e soprattutto vanno sperimentate delle metodologie innovative.

Tradizionalmente la gestione comune ha riguardato beni come terreni, acqua, boschi, ecc. attraverso lo strumento delle comunanze agrarie. Oggi i contesti ed i bisogni sono mutati ed è forse più opportuno considerare come beni comuni la difesa del territorio, la salvaguardia dell'ambiente, il sistema di protezione sociale, l'occupazione ed il lavoro, il tema dell'abitare e del diritto alla casa, il tema dello sviluppo locale sostenibile, la gestione di beni collettivi, la reciprocità, la mutualità, la partecipazione e la cittadinanza attiva dei cittadini, la coesione sociale...

Questi beni comuni, sia tangibili, sia intangibili, possono essere gestiti attraverso delle Cooperative Sociali di Comunità: uno strumento innovativo, ma allo stesso tempo antico, che fa dei principi che hanno ispirato la nascita del movimento cooperativo, un nuovo paradigma di sviluppo sostenibile e partecipato che può costituire un utile contributo per fronteggiare i danni portati alla luce dalla crisi, ma prodotti in oltre 30 anni di politiche economiche liberiste.

 


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